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PodcastNella Juve di Spalletti c'è una certezza: la Weston Zone di McKennie
Nella Juve di Spalletti c'è una certezza: la Weston Zone di McKennie
C'è una Juve con e una senza Mckennie. Questa ormai è cosa ampiamente risaputa e certificata dalle ultime dichiarazioni di Spalletti sullo statunitense: “Per lui abbiamo creato la Weston Zone. Fermo restando la sua personalità, conosce ogni angolo del campo, gioca ovunque: l'universalità è un obbligo nel calcio di oggi”. Investitura bella e buona, con tanto di accostamento a Perrotta, prezioso per Lucio ai tempi della Roma. Il termine adattato non ha diritto di cittadinanza nel vocabolario di McKennie perché fa bene qualsiasi cosa. Il texano è qualcosa di più di un semplice jolly. Se esistesse il Pallone d'Oro per la duttilità tattica, sarebbe tra i favoriti. McKennie ormai è un perno insostituibile della Juve. In passato, ogni fine stagione, veniva descritto con le valigie pronte per partire. Salvo poi essere confermato e risultare indispensabile per l'allenatore. Mai una polemica, una protesta per il cambio di ruolo e in ogni gara lotta fino alla fine. Tradotto, elemento con il Dna bianconero. Il texano è sbarcato alla Continassa nel 2020, va ricordata la parentesi in Premier League da gennaio a giugno 2023, sponda Leeds United. Ormai un senatore della Vecchia Signora, finora per lui 27 gol in 233 presenze. Se domenica giocherà a Cagliari (quasi certo) salirebbe a quota 234, diventando il giocatore della Juve attuale con più gettoni. In vista della sfida in Sardegna, sorge un dubbio: quale Weston Zone disegnerà Spalletti?
7 ottobre 2023, Juventus-Torino 2-0: Gatti e Milik firmano il Derby della Mole
7 ottobre 2023, Juventus-Torino 2-0: Gatti e Milik firmano il Derby della Mole
Accadde oggi, 7 ottobre 2023. La Juventus supera il Torino per 2-0 all'Allianz Stadium e si prende il Derby della Mole. Una partita equilibrata nel primo tempo, poi decisa nella ripresa dalle reti di Federico Gatti e Arkadiusz Milik. Un primo tempo combattuto La sfida comincia con grande intensità, ma senza particolari occasioni da gol. La Juventus prova a fare la partita, mentre il Torino risponde colpo su colpo. Al 5' Kean trova anche la rete con una potente conclusione, ma il gol viene annullato per fuorigioco. I bianconeri cercano il vantaggio anche con Kostic e Bremer, ma la difesa granata riesce a reggere. Il primo tempo si chiude così sullo 0-0, con una partita molto fisica e ancora completamente aperta. Gatti sblocca il Derby Allegri cambia subito qualcosa nella ripresa, inserendo Milik al posto di Miretti. La Juventus parte forte e al 47' trova finalmente il vantaggio. Su un calcio d'angolo dalla destra, Milinkovic-Savic esce a vuoto e nell'area del Torino nasce una mischia. Dopo una serie di rimpalli, Gatti riesce a trovare la deviazione vincente. L'arbitro Massa inizialmente annulla per fuorigioco, ma dopo un lungo controllo del VAR la rete viene convalidata. È un gol speciale per Gatti, perché rappresenta il suo primo centro in Serie A, arrivato proprio nel Derby della Mole. Milik raddoppia di testa Il Torino accusa il colpo e la Juventus continua a spingere. Al 62' arriva il raddoppio: Kostic batte il calcio d'angolo e mette un pallone perfetto in area, dove Arkadiusz Milik anticipa tutti e di testa batte Milinkovic-Savic. Il 2-0 mette la partita sui binari giusti per i bianconeri. Pochi minuti più tardi Gatti va anche vicino alla doppietta, ancora di testa, ma il pallone termina di poco a lato. La Juve controlla e conquista il Derby Nel finale il Torino prova a riaprire la partita, ma la Juventus difende senza concedere vere occasioni. Szczesny deve intervenire soltanto nel finale su un colpo di testa di Zapata, mentre il tentativo in rovesciata di Sanabria termina fuori. Il Derby della Mole finisce così 2-0. La Juventus torna alla vittoria dopo lo 0-0 di Bergamo contro l'Atalanta e sale a 17 punti dopo otto giornate, restando nelle zone alte della classifica. Una vittoria importante per la squadra di Massimiliano Allegri, ma soprattutto una giornata speciale per Federico Gatti, che trova il suo primo gol in Serie A proprio nel Derby della Mole e contribuisce al successo bianconero.
Le regole sono regole, poi arriva il “malfunzionamento”: la FIGC sembra uscita da "Il vigile"
Le regole sono regole, poi arriva il “malfunzionamento”: la FIGC sembra uscita da "Il vigile"
Ci sono momenti in cui la realtà sembra prendere in prestito la fantasia. Non perché accada qualcosa di straordinario, ma perché gli avvenimenti finiscono per disporsi uno accanto all’altro in una maniera talmente paradossale da sembrare usciti dalla penna di uno sceneggiatore. Ed è difficile, davanti a quello che è successo alla FIGC, non pensare a Luigi Zampa e al suo Il vigile, il film del 1960 con Alberto Sordi nei panni di Otello Celletti e Vittorio De Sica in quelli del sindaco. Una commedia che, dietro la leggerezza e l’ironia, raccontava un’Italia nella quale le regole esistevano eccome, ma diventavano improvvisamente molto più elastiche quando a essere coinvolto era qualcuno che contava. La storia della FIGC, naturalmente, è un’altra cosa. Ma alcuni incastri sono così curiosi da sembrare scritti apposta. E tutto comincia da una frase che, in questa vicenda, potrebbe tranquillamente essere utilizzata come titolo di testa: “Le regole sono regole”. Le regole sono regole Luciano Buonfiglio lo aveva detto quando la vicenda era ancora lontana dal finale del 6 ottobre. Il principio sembrava piuttosto semplice: se una norma esiste, va rispettata. Se un requisito è previsto dallo Statuto, deve essere verificato. E se qualcosa non torna, non si può semplicemente far finta che torni. Il problema nasce intorno alla candidatura di Giovanni Malagò alla presidenza della FIGC. Malagò viene eletto con oltre il 68% dei voti, ma successivamente emerge la questione del suo tesseramento federale al momento della candidatura. L’articolo 29 dello Statuto FIGC prevede infatti che i candidati siano “in regola con il tesseramento alla data di presentazione della candidatura”. A sollevare formalmente la questione è Renato Miele, candidato alla presidenza federale la cui candidatura era stata a sua volta esclusa per un’altra ragione. Il suo ricorso apre una partita che, da questione apparentemente tecnica, finisce per trasformarsi in un caso istituzionale molto più grande. Il CONI acquisisce pareri giuridici che considerano il tesseramento un requisito essenziale. La FIGC, dal canto suo, si muove sulla base di pareri che arrivano a una conclusione diversa. Due letture giuridiche contrapposte, una Federazione appena uscita dalle urne e una presidenza che, nel frattempo, si ritrova appesa a una questione che inizialmente poteva sembrare soltanto burocratica. E qui entra in scena Otello Celletti. Quando il vigile decide di applicare davvero le regole Nel film di Zampa, Otello è un uomo comune che finalmente riesce a conquistare una divisa. Diventare vigile significa per lui entrare in un mondo nel quale, almeno sulla carta, esiste una regola per tutto: la velocità, i documenti, le precedenze, le contravvenzioni. All’inizio Otello non è esattamente il campione dell’intransigenza. Anzi, quando incontra Sylva Koscina, la famosa attrice che si trova in difficoltà con la macchina, preferisce chiudere un occhio e lasciarla andare nonostante le irregolarità. Poi arriva il rimprovero e Otello interpreta la lezione nel modo più letterale possibile: d’ora in avanti le regole saranno regole. Il problema è che, applicate senza guardare in faccia nessuno, le regole possono diventare piuttosto scomode. Così un giorno Otello ferma proprio il sindaco, Vittorio De Sica, perché la sua automobile corre troppo. Quella che potrebbe sembrare una normale contravvenzione diventa invece l’inizio della fine. Perché il vigile ha fatto semplicemente il proprio lavoro, ma ha avuto la sfortuna di farlo con la persona sbagliata. È qui che il film diventa interessante anche per leggere la vicenda FIGC. Renato Miele, nel suo ricorso, non sta contestando un risultato sul campo né una scelta tecnica: solleva una questione di regole e requisiti. E quella questione, proprio come la multa di Celletti, finisce per avere conseguenze molto più grandi di quanto si potesse immaginare all’inizio. Nel film, Otello scopre che fermare il sindaco non è la stessa cosa che fermare un automobilista qualsiasi. Nella realtà, la questione del tesseramento finisce per coinvolgere la presidenza della FIGC, il CONI, il Governo e, alla fine, l’intero assetto della Federazione. Quando la questione diventa politica Nel film, dopo la multa al sindaco, Otello diventa suo malgrado un personaggio politico. I monarchici cercano di trasformarlo in un simbolo e addirittura in un possibile candidato. La vicenda personale del vigile viene così assorbita da una battaglia molto più grande di lui. Anche nella vicenda FIGC, dopo il ricorso sul tesseramento, la questione smette progressivamente di essere soltanto giuridica. Entrano nel dibattito il ministro dello Sport Andrea Abodi, i rapporti tra Governo e mondo sportivo, l’autonomia del CONI e il rischio di un intervento esterno. Non serve immaginare complotti o regie occulte per capire che, a quel punto, la partita non è più soltanto quella di una candidatura. È diventata una partita di potere istituzionale. E proprio qui il paragone con Il vigile diventa ancora più curioso: una semplice questione amministrativa può diventare politica nel momento stesso in cui tocca qualcuno che occupa una posizione importante. Gli scheletri nell’armadio C’è poi un’altra caratteristica del film di Zampa che sembra trovare una curiosa eco nella vicenda reale: quando il sistema viene messo sotto pressione, spesso non si limita a discutere della questione iniziale. Comincia a guardarsi intorno. Nel film, quando Otello arriva davanti al giudice, il problema non è più soltanto la multa al sindaco. Entrano in scena la sua famiglia, i suoi parenti, la sua situazione personale. Gli vengono messi davanti quelli che il film chiama, con una delle espressioni più celebri della vicenda, gli “scheletri nell’armadio”. È una delle parti più intelligenti della commedia di Zampa: quando qualcuno decide di puntare il dito contro il sistema, il sistema può sempre ricordargli che nessuno è completamente privo di contraddizioni. Anche nella vicenda FIGC sono emerse, nel dibattito pubblico, domande e polemiche riguardanti la posizione professionale di Marco Buonfiglio, figlio del presidente del CONI, e i suoi rapporti con realtà del mondo dello sport e dell’intrattenimento. Ma proprio qui è necessario mantenere le proporzioni: una questione sollevata pubblicamente non costituisce, di per sé, la prova di un conflitto d’interessi né di un comportamento scorretto. E non sarebbe corretto trasformare una domanda giornalistica in una sentenza. Il punto interessante, per questo racconto, è un altro: anche questa storia finisce dentro quel meccanismo tipico delle grandi polemiche italiane nel quale, a un certo punto, non si discute più soltanto della regola iniziale, ma anche delle persone che quella regola stanno cercando di applicare. E qui, ancora una volta, Zampa sembra aver già scritto il copione. Il successore che deve decidere del predecessore Poi c’è Luciano Buonfiglio. Anche qui il parallelo con Il vigile non va preso alla lettera, perché sarebbe sbagliato sostenere che il presidente del CONI abbia “assunto” Malagò nel modo in cui il sindaco del film contribuisce all’ingresso di Otello nel corpo dei vigili. Ma esiste una coincidenza narrativa che vale la pena raccontare. Buonfiglio è arrivato alla presidenza del CONI nel 2025, raccogliendo proprio l’eredità di Giovanni Malagò dopo i suoi dodici anni alla guida del Comitato olimpico. Oggi, quindi, il successore di Malagò si trova a decidere il destino dell’uomo che lo aveva preceduto. Nel film il sindaco è l’autorità che determina il destino del vigile. Nella realtà il rapporto è diverso, ma la suggestione è curiosa: il nuovo presidente del CONI deve prendere una decisione che riguarda direttamente il suo predecessore, e quella decisione finisce per ridisegnare il futuro della FIGC. Ed è proprio a questo punto che la storia cambia improvvisamente tono. Il malfunzionamento Per settimane il principio sembrava essere chiarissimo: le regole sono regole. Il tesseramento era diventato il centro della discussione, i pareri giuridici avevano preso posizione e la questione sembrava destinata a una soluzione netta. Poi arriva il 6 ottobre. La FIGC viene commissariata e Giovanni Malagò, invece di essere semplicemente accompagnato fuori dalla vicenda, viene indicato come commissario della stessa Federazione. La scelta viene poi ratificata dal Consiglio nazionale del CONI. E Luciano Buonfiglio spiega il motivo con una frase che, per chi conosce Il vigile, è quasi impossibile ascoltare senza sorridere: “Malagò è stato vittima di un malfunzionamento”. Malfunzionamento. È una parola meravigliosa, perché consente di spiegare praticamente tutto senza dover necessariamente dare la colpa a qualcuno. E qui entra in scena, ancora una volta, Otello Celletti. Perché anche lui, davanti al giudice, quando deve spiegare quella famigerata multa al sindaco, prova a rimettere insieme i pezzi. Il problema, sostiene, è lo strumento che misura la velocità: il suo tachimetro segnava 65 chilometri orari, ma secondo Celletti la moto viaggiava in realtà a 45. Insomma, non era stato lui a sbagliare: era lo strumento a non funzionare correttamente. Il giudice gli chiede allora, con quella semplicità che nelle commedie di Zampa diventa quasi una forma di tortura, perché non se ne fosse accorto prima. Ed è proprio questa scena a rendere il termine “malfunzionamento” particolarmente irresistibile nel caso FIGC. Perché naturalmente nella Federazione non c’era nessun tachimetro rotto. C’era un requisito di tesseramento, una candidatura, una procedura di ammissione e una serie di organi e uffici chiamati a verificare che tutto fosse regolare. Ma se Malagò è stato la vittima del malfunzionamento, come dice Buonfiglio, allora la domanda che viene spontanea è quasi quella del giudice di Zampa: quando ci siamo accorti che lo strumento non funzionava? E soprattutto: chi avrebbe dovuto accorgersene? Non è un’accusa personale. È semplicemente la domanda che nasce dalla stessa logica utilizzata per spiegare la vicenda. Se c’è stato un errore, qualcuno avrebbe dovuto poterlo individuare. Se gli uffici non hanno funzionato, come ha spiegato lo stesso Buonfiglio, allora resta da capire perché non abbiano funzionato prima che si arrivasse a un’elezione e, successivamente, a un commissariamento. Il paradosso è proprio qui: nel film Celletti prova a spiegare che il suo strumento segnava una velocità diversa da quella reale; nella FIGC si scopre che qualcosa, nel meccanismo che avrebbe dovuto verificare i requisiti, non ha funzionato come avrebbe dovuto. Nel primo caso il tachimetro è difettoso. Nel secondo, per usare le parole del presidente del CONI, c’è stato un malfunzionamento. E allora viene quasi da chiedersi se, dalle parti di Viterbo, Otello Celletti non avrebbe semplicemente annuito. La soluzione più italiana possibile A quel punto arriva la soluzione. La FIGC viene commissariata, ma il commissario è Giovanni Malagò. È una scelta che, formalmente, ha una sua logica: Malagò deve traghettare la Federazione verso nuove elezioni e il suo ruolo di commissario è diverso da quello di presidente. Il suo tesseramento può essere regolarizzato e, una volta sistemata la questione, non è esclusa una sua nuova candidatura. Le elezioni dovrebbero essere convocate entro i termini previsti, con il 14 dicembre già indicato da Malagò come possibile prima data. Ma dal punto di vista narrativo è difficile non rimanere affascinati dal paradosso. Perché l’uomo che fino a poche ore prima era presidente della FIGC perde la presidenza e diventa commissario della FIGC. In altre parole, la poltrona cambia nome, la procedura cambia, il titolo cambia, ma l’uomo rimane lì. È un po’ come se, dopo aver portato l’automobile dal meccanico perché il motore non funzionava, il meccanico decidesse di affidare proprio al conducente dell’automobile il compito di controllare che la riparazione proceda bene. Non significa che sia illegittimo. Non significa che sia scorretto. Significa semplicemente che, come racconto, è difficilissimo da battere. Il sistema che alla fine ricompone se stesso Ed è qui che il paragone con Il vigile arriva al suo punto più interessante. Otello, dopo aver fatto esplodere il caso con quella multa al sindaco, attraversa una serie di vicissitudini che sembrano poter cambiare completamente la sua vita. Diventa persino un personaggio politico, viene trascinato davanti al giudice e si ritrova costretto a fare i conti con le conseguenze della sua stessa intransigenza. Ma alla fine torna a fare il vigile. Il sindaco rimane sindaco. Il sistema, dopo aver rischiato di saltare, si ricompone. La morale di Zampa è proprio questa: puoi anche mettere in discussione il meccanismo, puoi anche provare a far rispettare le regole fino in fondo, ma alla fine il sistema possiede una straordinaria capacità di riportare ogni cosa al proprio posto. Nella FIGC, naturalmente, non siamo davanti alla stessa situazione. Ma il finale provvisorio ha una somiglianza difficile da ignorare: la Federazione viene commissariata, Malagò lascia formalmente la presidenza, ma rimane alla guida della macchina come commissario e potrebbe persino tornare a chiedere il voto per la presidenza. È un cambiamento, certo. Ma è anche un cambiamento nel quale il protagonista principale non esce di scena. E questo rende la storia ancora più curiosa. La curva della morte Poi c’è il finale del film. Otello, reintegrato nel suo ruolo, vede ancora una volta la macchina del sindaco correre troppo. Questa volta, però, non la ferma. Ha imparato qualcosa. Ha capito che non tutte le regole vengono applicate allo stesso modo e che, soprattutto, esiste una differenza enorme tra avere ragione e decidere quando sia davvero conveniente dimostrarlo. Il sindaco continua la sua corsa e finisce fuori strada alla famosa “curva della morte”. Otello, a quel punto, torna a fare il suo mestiere: lo soccorre e gli apre la strada all’ambulanza. È un finale ironico e amaro allo stesso tempo, perché Otello ha finalmente imparato come funziona il mondo nel quale vive. Ed è forse questo che rende Il vigile una lente così curiosamente adatta alla storia della FIGC. Perché anche qui siamo partiti dalle regole e siamo arrivati a un malfunzionamento. Abbiamo visto una candidatura trasformarsi in un caso istituzionale, un problema tecnico diventare una battaglia politica, il presidente del CONI diventare arbitro della vicenda e infine il presidente della FIGC diventare commissario della stessa Federazione. Tutto cambia, almeno formalmente. Eppure Giovanni Malagò rimane dentro la storia. Le regole sono regole. Ma poi bisogna vedere il tachimetro. Forse, alla fine, è proprio questo il motivo per cui la vecchia commedia di Luigi Zampa torna in mente con tanta insistenza. Non perché la FIGC sia una farsa e nemmeno perché qualcuno debba essere trasformato nel buono o nel cattivo della situazione. La realtà è molto più complessa e le responsabilità dovranno essere valutate nelle sedi competenti. Ma perché Il vigile raccontava già, con una buona dose di ironia, quello che succede quando una regola apparentemente semplice entra in collisione con il mondo reale. Otello Celletti scopre che il problema non è soltanto stabilire a quanto andasse una macchina. Il problema è capire se il tachimetro funzionasse, chi avrebbe dovuto accorgersene e soprattutto che cosa succede quando quella macchina appartiene al sindaco. La FIGC oggi ha un problema diverso, ma la battuta viene quasi da sola. Se Malagò è stato vittima di un malfunzionamento, come ha spiegato Buonfiglio, bisognerà prima o poi capire chi avrebbe dovuto controllare quello strumento. Perché il commissariamento può rimettere ordine nella Federazione, le nuove elezioni possono riaprire la partita e Malagò può anche tornare candidato. Ma una cosa rimane: se il problema era il funzionamento del sistema, qualcuno dovrà pur spiegare perché quel sistema non abbia funzionato prima. Altrimenti rischiamo di ritrovarci esattamente dove eravamo partiti. Con le regole che sono regole, il malfunzionamento che diventa la spiegazione, il commissario che era presidente e un possibile candidato che potrebbe essere ancora lo stesso uomo. A quel punto non resterà che aspettare la prossima curva. E sperare, almeno questa volta, che il tachimetro funzioni.
PodcastDi Dio a RBN: “Spalletti sta facendo il possibile. Carnevali l’enfant prodige del nostro calcio”
Di Dio a RBN: “Spalletti sta facendo il possibile. Carnevali l’enfant prodige del nostro calcio”
Marcello Di Dio, giornalista de Il Giornale, è stato ospite di Radio Bianconera. Di seguito riportiamo le sue parole, rilasciate nel corso della trasmissione Fuori di Juve: "Il bilancio finora? E' una sufficienza, non arriviamo però oltre il 7. E' stato un inizio complicato, Spalletti sta facendo il possibile con i giocatori che ha, il problema è la punta centrale. Voleva tenere Vlahovic e magari insieme Kolo Muani, che è diventato ora quasi un centravanti, che non c'è al momento in squadra. Al di là di alcuni ragazzi interessanti e le conferme di McKennie e Conceicao, la quadra ancora non mi sembra si sia trovata. Ma il campionato quest'anno è più equilibrato nella parti alte, il tempo per rientrare c'è. Spalletti ha il difetto cronico di entrare in crisi nei momenti di difficoltà, di essere un po' agitato. E' l'aspetto caratteriale quello problematico, soprattutto quando le cose non vanno bene". "L'Inter è la squadra da battere, perché la rosa ha fatto qualche cambiamento ma Chivu ha la situazione sotto controllo. Ed è brava a gestire il doppio impegno. Credo che la Roma sia la vera sorpresa di questa stagione, Gasperini sa dove mettere le mani e sistemare situazioni problematiche. Vedremo il Como, ma io Milan e Juve non le tiro fuori. L'impegno del giovedì però non è semplice, quindi al momento sono un passo indietro ma toglierle già dalla lotta Scudetto mi sembra prematuro". "Massara? Ha l'esperienza di diversi club importanti, è uno navigato e un dirigente che ha vissuto momenti complicati. Sa come stare in questo molto. Carnevali è l'enfant prodige del nostro calcio. La Juve è un club molto esigente, dove ci sono pressioni, ma sulla sua bravura non ci sono dubbi. Diamogli un po' di tempo. Tutto si può contestare ad Elkann tranne il fatto che stia mettendo dei fondi nel club, poi che siano stati spesi male è un altro discorso. E' molto più presente che in altre situazioni".
Braglia: “La Juventus non è perfetta, soprattutto in attacco, ma Spalletti ha dato identità”
Braglia: “La Juventus non è perfetta, soprattutto in attacco, ma Spalletti ha dato identità”
L'ex portiere Simone Braglia è stato ospite della radio di Tuttomercatoweb. Queste le sue parole riguardo il paragone fra Juventus e Milan: "Tra le due squadre quella chiamata ad un cambio di passo più deciso secondo me è il Milan, che è indietro rispetto alla Juve. Spalletti ha già dato un'identità alla squadra, anche se ovviamente non è una squadra perfetta, soprattutto davanti. Il Milan un'identità non ce l'ha ancora e come dice Boban la storia gli impone di lottare per vincere qualcosa, come anche la stessa Juve. Parlo di bianconeri più avanti anche per il fattore allenatore, mentre Spalletti conosce bene il nostro campionato, Amorim ci è appena arrivato ed è normale che sotto questo punto di vista sia svantaggiato, almeno per i primi mesi".
Doumbia protagonista con l’Italia, ma il ritorno in Serie A ad ora è utopia
Doumbia protagonista con l’Italia, ma il ritorno in Serie A ad ora è utopia
Tra le note più liete della sosta nazionali c'è sicuramente quella relativa a Issa Doumbia. L'ex AlbinoLeffe e Venezia, passato quest'Estate allo Sporting Lisbona, ha esordito sotto l'egida di Mancini. Le risposte sono state più che positive e i portoghesi possono ora fregarsi le mani per i 23 milioni più bonus investiti per prelevarlo. Il sogno di molte squadre italiane, inclusa la Juventus, sarebbe quello di riportarlo in Serie A, ma l'operazione ad ora è praticamente impraticabile. Doumbia ha infatti una clausola rescissoria da 80 milioni e lo Sporting non è disposto a partire nelle trattative da una cifra inferiore.
Modric su Ronaldo: “Il più grande nella storia del Portogallo, merita un’altra conclusione”
Modric su Ronaldo: “Il più grande nella storia del Portogallo, merita un’altra conclusione”
Il campione del Milan Luka Modric ha rilasciato alcune dichiarazioni sulla vicenda legata a Cristiano Ronaldo. Queste le sue parole, riportate da TuttoJuve: "Cristiano è il più grande giocatore nella storia del Portogallo, e merita un altro addio e un'altra conclusione con la nazionale. È triste vedere che questo sta accadendo a Cristiano nel suo stesso Paese. Comunque, penso che troveranno una soluzione, perché Cris merita, che si ritiri o decida di non continuare con la nazionale, di avere un grande addio che rifletta ciò che merita. Quindi, non so esattamente cosa sia successo, ma spero che la situazione si risolva".
Compagnoni su Nico Gonzalez: “Sa essere devastante, può funzionare anche da mezzala”
Compagnoni su Nico Gonzalez: “Sa essere devastante, può funzionare anche da mezzala”
Il giornalista di Sky Sport Maurizio Compagnoni ha rilasciato alcune interessanti dichiarazioni su Nico Gonzalez, chiamato a fare ancora la differenza nella Juventus al rientro dalla sosta: "Sta bene, era stato uno dei migliori contro l'Atalanta. Peraltro Spalletti gli sta ritagliando un ruolo nuovo, anche perché sugli esterni ha abbondanza: Conceicao e Zhegrova da una parte, mentre a sinistra sono addirittura in tre con Yildiz, Boga e Alajbegović. Da mezzala secondo me, se ci crede, può funzionare: innanzitutto se parte da dietro e va al tiro può essere devastante, e poi perché è un giocatore che ha continuità e fa la fase di non possesso. Secondo me può diventare un giocatore importante in quel ruolo nella seconda parte della sua carriera; è chiaro che lui deve essere il primo a crederci".
La strana storia di Cagliari-Juventus, la sosta ci restituisce un 294 a 0
La strana storia di Cagliari-Juventus, la sosta ci restituisce un 294 a 0
Cagliari-Juventus è finita 294 a 0 ancor prima di iniziare. Non preoccupatevi, non abbiamo ancora perso definitivamente il senno e non parliamo di gol segnati, ma bensì di minuti. Più precisamente dei minuti incamerati dai giocatori con la maglia della Nazionale italiana nell'ultima sosta nazionali. Per i sardi 294 è la somma dei 125 minuti disputati da Daniel Maldini e dei 169 giocati da Alessandro Romano. Lato Juventus invece il calcolo è facile, semplicemente nulla da annotare. L'unico convocato bianconero del resto è stato Guglielmo Vicario, mentre Cambiaso e Locatelli non sono stati chiamati per ovvi motivi fisici. Una parziale giustificazione insomma, ma una differenza del genere fra Cagliari e Juventus sarebbe stata impensabile solo fino a pochi anni fa.
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