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27 settembre 2016, Champions League, Dinamo Zagabria-Juventus 0-4
27 settembre 2016, Champions League, Dinamo Zagabria-Juventus 0-4
Accadde oggi, 27 settembre 2016. La Juventus espugna il Maksimir di Zagabria con un netto 4-0 contro la Dinamo nella seconda giornata della fase a gironi di Champions League. Una vittoria importante per la squadra di Massimiliano Allegri, che dopo il pareggio all'esordio contro il Siviglia conquista il primo successo europeo della stagione. Pjanic e Higuain spianano la strada La Juventus parte con l'atteggiamento giusto e dopo aver preso il controllo della partita trova il vantaggio al 24'. È Miralem Pjanic a sbloccare il risultato con un tocco morbido, sfruttando una deviazione della difesa croata su un lancio di Bonucci. Sette minuti più tardi arriva il raddoppio. Ancora protagonista Pjanic, questa volta con un lancio perfetto per Gonzalo Higuain, che controlla di petto e calcia al volo trovando il 2-0. Per il Pipita è il primo gol in trasferta con la Juventus in Champions League. La magia di Dybala Nella ripresa la Juventus continua a gestire la partita e al 57' arriva il momento atteso da Paulo Dybala. La Joya riceve palla dalla distanza e lascia partire un sinistro potentissimo da circa venticinque metri che si infila alle spalle di Semper. È il primo gol stagionale di Dybala, che finalmente si sblocca dopo un avvio di stagione senza reti. Una conclusione spettacolare che vale il 3-0 e chiude praticamente la partita. Dani Alves completa il poker Nel finale c'è spazio anche per Dani Alves, che all'85' firma il quarto gol direttamente su calcio di punizione, con il pallone deviato dalla barriera che beffa il portiere della Dinamo. Finisce 4-0: una Juventus autoritaria, capace di controllare la partita e di mettere in mostra la qualità dei suoi uomini offensivi. Il successo porta i bianconeri al primo posto del girone H, in coabitazione con il Siviglia. Il primo passo verso Cardiff Quella notte di Zagabria rappresenta uno dei primi passi della Juventus in una Champions League destinata a diventare speciale. La squadra di Allegri crescerà partita dopo partita, supererà il girone, poi Porto, Barcellona e Monaco nella fase a eliminazione diretta, conquistando la finale di Cardiff del 3 giugno 2017. Il sogno europeo si interromperà soltanto nell'ultimo atto contro il Real Madrid, ma il 4-0 di Zagabria resta una delle serate che hanno accompagnato quella Juventus verso una delle più grandi finali europee della sua storia recente.
Buon compleanno Claudio Gentile: il muro della Juventus e campione del mondo
Buon compleanno Claudio Gentile: il muro della Juventus e campione del mondo
Accadde oggi, 27 settembre 1953. A Tripoli, in Libia, nasce Claudio Gentile, uno dei difensori più rappresentativi della storia della Juventus e del calcio italiano. Oggi ricorre il suo compleanno: una carriera costruita sulla marcatura, sulla grinta e su una straordinaria capacità di interpretare il ruolo di difensore. Undici anni in bianconero Gentile arriva alla Juventus nel 1973, dopo l'esperienza con Varese e Arona, e rimane a Torino per undici stagioni, fino al 1984. Con la maglia bianconera colleziona 415 presenze e 10 gol, diventando una delle colonne della grande Juventus degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta. Nel suo palmarès juventino ci sono 6 Scudetti, 2 Coppe Italia, 1 Coppa UEFA e 1 Coppa delle Coppe. In difesa forma un reparto straordinario insieme a campioni come Dino Zoff, Gaetano Scirea e Antonio Cabrini, contribuendo ai grandi successi della squadra. Il soprannome "Gheddafi" La nascita a Tripoli gli vale il soprannome di "Gheddafi", con cui viene identificato per buona parte della carriera. Un appellativo legato esclusivamente alle sue origini libiche, anche se lo stesso Gentile non lo ha mai particolarmente amato. Per i tifosi juventini, però, è soprattutto Gento: il difensore capace di rendere difficile la vita a qualsiasi attaccante. La consacrazione con l'Italia La sua fama supera presto i confini del club. Con la Nazionale italiana colleziona 71 presenze e partecipa ai Mondiali del 1978 e del 1982. Proprio in Spagna vive il momento più celebre della sua carriera: nelle sfide contro Argentina e Brasile si occupa rispettivamente di Diego Armando Maradona e Zico, contribuendo alla straordinaria cavalcata azzurra. L'Italia arriva fino alla finale e il Gentile campione del mondo alza la Coppa del Mondo al Santiago Bernabéu dopo il 3-1 alla Germania Ovest. È il punto più alto di una carriera che lo ha consacrato tra i grandi marcatori della sua generazione. Una leggenda bianconera Dopo aver lasciato la Juventus nel 1984, Gentile gioca ancora con Fiorentina e Piacenza, chiudendo la carriera nel 1988. Ma il suo nome rimane indissolubilmente legato alla Juventus: undici stagioni, 415 partite e una lunga serie di trofei raccontano la storia di uno dei grandi difensori della Signora. Oggi, nel giorno del suo compleanno, la Juventus celebra uno dei suoi uomini simbolo: Claudio Gentile, il marcatore che ha fatto della grinta e della marcatura un'arte e che ha lasciato un segno indelebile nella storia bianconera.
Quel minuto di silenzio violato: quando il tifo perde l'anima e volta le spalle alla storia
Quel minuto di silenzio violato: quando il tifo perde l'anima e volta le spalle alla storia
Ci sono domeniche in cui l'aria dei grandi stadi, anziché vibrare della sana tensione del gioco, si impregna di una nebbia opaca e spiritualmente pesante. È l'istante in cui la civiltà arretra di un secolo e il rettangolo verde cessa di essere il teatro della grazia per trasformarsi in una gogna cieca. Siamo a Torino, ma potevamo essere in ogni angolo del pianeta, stante la barbaria dell’uomo moderno. L'Allianz Stadium raccoglie le attese di una folla immensa in vista di una classica del nostro campionato, Juventus-Atalanta. Prima che il tempo delle passioni abbia inizio, un dovere antico quanto l'umana pietà scende a imporre la sua legge solenne: il minuto di raccoglimento. Non si tratta di celebrare la potenza del denaro o i fasti effimeri di un dirigente, ma di inchinarsi davanti a un'assenza definitiva. Si piange Sandro Mazzola. Per chi ha custodito nel cuore la geografia sentimentale del Novecento, Mazzola non è stato soltanto un atleta: è stata una linea di fuga dalla mediocrità, una pennellata di aristocratica eleganza su una tela di provincia. Era il filo di seta che univa Milano a Roma, l'orgoglio di un'Italia capace di sognare in Messico e il vessillo di una grande Inter. Un uomo che aveva conosciuto il morso del destino all'alba dei suoi giorni, quel tragico 4 maggio del 1949 quando il cielo di Superga inghiottì suo padre Valentino e con lui la spensieratezza di un'intera infanzia. Egli aveva affrontato l'esistenza con la nobiltà di chi sa che la grazia è un fardello delicato. Eppure, in quel minuto di silenzio, mentre il Paese intero chinava il capo di fronte al mistero ineluttabile della morte, si è consumato l'atto riprovevole che la ragione rifiuta e che la penna fatica a registrare. Un intero settore della curva si è voltato di spalle. Non un dissenso silenzioso, non una privata dissociazione, ma un voltafaccia ostentato, accompagnato da ululati e cori di una tribù che ha smarrito la bussola dell'umano. Voltarsi. Come se la geometria del corpo potesse cancellare la storia; come se l'odio da stadio possedesse il potere di riscrivere il valore di un'esistenza. In quel gesto non vi era alcunché di eroico o di ribelle: vi era la quintessenza della piccineria, il trionfo di un tribalismo feroce e infantile che trema d'invidia dinanzi alla grandezza quando questa porta i colori della fazione avversa. Davanti a questo spettacolo desolante, vien fatto di pensare alle note universali di Imagine di John Lennon e al suo sogno disarmato di un'umanità senza divisioni, senza confini e senza steccati («Imagine all the people sharing all the world»): un'utopia sublime che, ahimè, speriamo non resti per sempre confinata nella purezza di una canzone, schiacciata dai comportamenti barbari di chi trasforma ogni agone in una trincea. Ciò che rende questo sfregio intollerabile non è soltanto l'oltraggio gratuito rivolto alla memoria di un uomo mite. È il pensiero angosciante di chi, sugli spalti o davanti agli schermi, ha assistito a questa messa nera del rancore. Migliaia di ragazzi, di adolescenti dagli occhi limpidi e dall'anima incredibilmente fragile, hanno visto. E si sa, l'anima dei giovani è come una spugna avida: assorbe il veleno con la stessa facilità con cui accoglie la bellezza, interiorizzando i peggiori comportamenti con una rapidità spaventosa. Insegnare alle nuove generazioni che la morte può essere strumentalizzata, che il lutto di un uomo onesto può essere calpestato in nome di un'antica e muffita ruggine tra tifoserie, è un tradimento pedagogico senza pari. È la semina cinica di una pianta velenosa che domani darà frutti di inaudita barbarie. Dare un simile insegnamento meschino ai nostri figli è una tragedia morale che nessuna vittoria sportiva potrà mai lavare. Le antiche rivalità, i torti arbitrali di ieri, le sfide infinite che accendono le discussioni nei bar non costituiscono e non potranno mai costituire un salvacondotto per l'indecenza. La fazione non è una patria, e il tifo esasperato non è una religione: quando smarrisce il limite del rispetto elementare, diventa una malattia dell'anima, una regressione verso la belva che dorme appena sotto la sottile scorza della nostra civiltà. In fondo, come ammoniva con lucidità profetica Pier Paolo Pasolini guardando alla trasformazione antropologica delle masse e alla mercificazione dei riti collettivi, quando il popolo perde la sua dimensione di autentica cultura popolare per farsi plebe asservita al consumo e al cinismo del profitto, anche lo sport — l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo — si svuota di poesia per mutarsi in mera e feroce arena di rivalse animalesche. Sandro Mazzola non aveva bisogno di quell'omaggio unanime per trovare dimora nella leggenda; la sua classe era già scolpita nel marmo della memoria collettiva, protetta dalla purezza del suo stile. Quegli applausi mancati, quel silenzio violato, pesano come un macigno sulla coscienza di chi ha voluto farsi piccolo di fronte alla morte. La letteratura e la storia ci ammoniscono da sempre: la barbarie non irrompe mai all'improvviso nei grandi cataclismi, ma comincia sempre nei dettagli, nell'insensibilità quotidiana, nel giorno in cui si decide che l'avversario — o persino la sua spoglia mortale — non merita più di essere riconosciuto come un nostro simile. Alla fine, il silenzio è caduto comunque sul campo, denso e severo, prima che il pallone riprendesse a rotolare lasciandoci in eredità un interrogativo implacabile, che affonda le radici nella disillusione del nostro tempo: quanto di questo imbarbarimento collettivo è figlio colpevole di una genia di presidenti-politicanti, di mercanti senz'anima che hanno svenduto la cultura del calcio pur di rincorrere il tornaconto e la demagogia, riducendo un tempio di passione a succursale del rancore? È forse per questo vuoto pneumatico, per questa desolazione manageriale e morale, che oggi si scruta con nostalgia ogni angolo del mondo bianconero, invocando l'ombra austera e illuminata di un avvocato Gianni Agnelli capace di tenere la schiena dritta, di redimere la sua creatura e di difenderla non solo sul campo, ma nel decoro dello stile? ​Eppure, al di là del fango e dei calcoli interessati, resiste intatto il battito del vero tifoso. Quell'uomo innamorato del pallone che brama la vittoria con ogni fibra del suo essere, ma che sa come il trionfo perda ogni sapore se conquistato calpestando la grazia e la civiltà. Perché il vero tifoso non cerca la supremazia attraverso l'insulto o la barbarie del branco, ma custodisce nel petto la nobiltà d'animo di chi sa gioire per la propria maglia senza mai smettere di inchinarsi, con leale e fiero rispetto, di fronte alla grandezza dell'avversario e alla sacralità della vita. Roberto De Frede
Cuesta esonerato, Capuano: "Rispetto a Tudor con la Juventus..."
Cuesta esonerato, Capuano: "Rispetto a Tudor con la Juventus..."
Attraverso un comunicato ufficiale il Parma ha comunicato che Carlos Cuesta non ricoprirà il ruolo di tecnico dei gialloblù: terzo esonero all'interno del campionato di Serie A dopo Fabio Grosso (Fiorentina) e Domenico Tedesco (Bologna).  Di seguito il commento del giornalista Giovanni Capuano: "Il #Parma ha esonerato Carlos Cuesta. E' il terzo allenatore della Serie A a saltare dopo Grosso (Fiorentina) e Tedesco (Bologna). Un anno fa il primo esonero era arrivato all'8° giornata (Tudor)".
Caso Manchester City: come Rui Pinto sta rovinando i citizens
Caso Manchester City: come Rui Pinto sta rovinando i citizens
Negli ultimi giorni è esploso il caso Manchester City: il club inglese è accusato di aver violato 114 su 115 capi d'accusa sulla violazioni del FPF (Fair Play Finanzuario). La genesi - come riporato da TuttomercatoWeb - si statua in un ambiente universitario nel 2015, quando Rui Pinto fonda Football Leaks con l'obiettivo di denunciare le irregolarità contabili nel calcio europeo. Attraverso un falso nome - John - riesce ad acquistare senza autorizzazione milioni di file contenenti posta elettronica, contratti regolari e transazioni di club e agenzie sportive. Tre anni dopo la maggior partr viene venduta alla Dier Spieleg, rivista tedesca, che in base a codesti documenti ha messo sott'occhio il club inglese. Gli archivi hanno fatto in modo che la Premier League potesse avviare le indagini. Rui Pinto nel 2019 è stato arrestato a Budapest ed estradato in Portogallo, ma dal 2023 è condannato a libertà vigilata. Tuttavia, con l'aiuto fornito negli anni successivi, è entrato a far parte di un programma di protezione.
Parma, risoluzione consensuale con Cuesta: il comunicato del club
Parma, risoluzione consensuale con Cuesta: il comunicato del club
Attraverso un comunicato ufficiale il Parma ha annunciato che Carlos Cuesta non sarà più l'allenatore del club. Ecco le dichiarazioni della società gialloblù: "Parma Calcio 1913 comunica che Carlos Cuesta non è più l’allenatore della prima squadra maschile. A seguito di un confronto interno tra società e allenatore, si è convenuto che non vi erano più i presupposti tra le parti per proseguire il rapporto professionale, in particolare in merito allo sviluppo del progetto sportivo. Sono venute a mancare, infatti, le condizioni necessarie affinché si potesse proseguire il lavoro intrapreso e si è giunti a questa decisione condivisa. La seduta di allenamento di domani pomeriggio, lunedì 28 settembre, sarà affidata allo staff tecnico del Club, in attesa di ulteriori sviluppi in merito alla nuova guida tecnica. A Carlos Cuesta ed al suo staff vanno i più sentiti ringraziamenti da parte del Presidente Kyle J. Krause, del CEO Federico Cherubini, della direzione sportiva e di tutta la società per questi mesi di lavoro, impegno e dedizione dimostrati ogni giorno e il più caloroso augurio per un futuro, sia professionale che umano, ricco di soddisfazioni e successi".
Juventus.com - Desenzano-Juventus Next Gen: la partita
Juventus.com - Desenzano-Juventus Next Gen: la partita
Attraverso un comunicato ufficiale diffuso sui propri canali social, la Juventus ha raccontato il match della Next Gen contro il Desenzano. Ecco quanto detto dal club bianconero: "Finisce senza reti la sfida tra Desenzano e Juventus Next Gen. I bianconeri creano diverse occasioni nell’arco dei novanta minuti, soprattutto nella ripresa, ma non riescono a trovare il gol che avrebbe sbloccato l’incontro.   EQUILIBRIO NEL PRIMO TEMPO La Juventus prova subito a prendere in mano il gioco e al 3’ Owusu supera il diretto avversario e mette un pallone interessante in area, senza trovare compagni. Un minuto più tardi Guerra approfitta di un errore del Desenzano e conclude verso la porta, ma Minelli neutralizza il tentativo. Al 9’ Owusu serve Oboavwoduo, che calcia alto, mentre dalla parte opposta è Radu a rendersi protagonista al 14’, respingendo in corner una girata di Liberati. Sugli sviluppi del calcio d’angolo il pallone attraversa pericolosamente tutta l’area bianconera prima di terminare fuori. Al 15’ Oboavwoduo colpisce il palo, ma l’azione viene fermata per fuorigioco. La Juventus continua a cercare spazi e al 28’ Guerra trova Macca, la cui conclusione viene respinta dalla difesa avversaria. Poco dopo Biondi prova a rispondere per il Desenzano, trovando la presa sicura di Radu. Nel finale di frazione i bianconeri aumentano la pressione: Guerra si rende pericoloso al 43’, mentre nel recupero Oboavwoduo accelera e serve Owusu, il cui tiro viene murato dalla difesa. Si va all’intervallo sullo 0-0.   LA JUVE SPINGE, MA IL GOL NON ARRIVA La ripresa si apre con la Juventus ancora in avanti. Al 48’ Oboavwoduo supera Parlato, ma conclude alto, mentre al 51’ un altro suo tentativo viene respinto da un difensore. Il Desenzano risponde al 55’ con il colpo di testa di Biondi, che termina di poco fuori. Al 62’ una girata di De Francesco genera una mischia nell’area bianconera, risolta da Savio. La Juventus torna poi a premere con continuità: al 71’ Merola prova la conclusione dalla distanza, trovando la respinta della difesa, e un minuto più tardi Rizzo calcia al volo costringendo Minelli alla deviazione in corner. Al 75’ la punizione di Melegoni si infrange sulla barriera, poi all’81’ Savio cerca la porta, ma anche in questo caso la difesa del Desenzano riesce a liberare. La grande occasione per sbloccare la gara arriva all’87’: Merola va vicino al vantaggio, ma Minelli risponde con un grande intervento. Nel recupero è Grelaud ad avere l’ultima opportunità del match, senza però riuscire a trovare la rete. Al triplice fischio il risultato resta così sullo 0-0".
Piccari difende Romano: "Prima lo demoliscono, poi..."
Piccari difende Romano: "Prima lo demoliscono, poi..."
Una disattenzione di Alessandro Romano da il via al primo gol del Belgio contro l'Italia. Il giorno dopo media e giornali criticano la prestazione del centrocampista del Cagliari, autore di una rete contro il Parma alla prima giornata di campionato edizione 2026/2027. Sul proprio account X, il giornalista Marco Piccari lo difende. Di seguito, ecco quanto detto sul calciatore rossoblù: "Prima lo hanno demolito ora cercano di salvarlo. Non ti curar di loro ragazzo. I giovani devono poter sbagliare per crescere. Il problema siamo noi che dopo 7 partite in A facciamo paragoni assurdi".
TMW News TMW News: Bologna, ora tocca alle idee di Palladino. Genoa, l’obbligo di rialzarsi
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