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Juve, numeri preoccupanti dopo la sosta: la solidità difensiva è un ricordo
Juve, numeri preoccupanti dopo la sosta: la solidità difensiva è un ricordo
La Juventus ha smarrito quella compattezza difensiva che aveva costituito uno dei principali punti di forza della squadra nella passata stagione e nelle prime giornate di questa. Dopo la pausa per le nazionali, infatti, il rendimento del reparto arretrato è letteralmente crollato, come dimostrano i 9 gol incassati nelle ultime 6 partite. Di rientro dalla pausa per le nazionali, i bianconeri sono riusciti a mantenere inviolata la propria porta soltanto nella trasferta contro il Lecce, un dato che evidenzia le difficoltà incontrate dalla formazione juventina nel contenere gli attacchi avversari. A destare ulteriore preoccupazione è soprattutto il modo in cui la squadra continua a concedere gol. Guglielmo Vicario è stato nuovamente superato alla prima conclusione nello specchio della porta. Torna così il fantasma della passata stagione, quando la Juventus aveva subito una rete al primo tiro in porta degli avversari in ben 16 occasioni.
Investimenti record senza risultati: la Juve ha speso più di Milan e Fiorentina
Investimenti record senza risultati: la Juve ha speso più di Milan e Fiorentina
Gli importanti investimenti effettuati dalla Juventus nell'ultima sessione di calciomercato non hanno finora prodotto i risultati sperati. Considerando anche le operazioni di riscatto legate alla stagione precedente, il club bianconero ha impegnato complessivamente 168,3 milioni di euro, una cifra superiore a quella sostenuta dalle altre grandi squadre attualmente alle prese con difficoltà di rendimento. Il dato assume ancora più rilevanza se confrontato con gli investimenti delle altre formazioni in difficoltà. La Fiorentina, profondamente rinnovata attraverso il lavoro di Fabio Paratici, ha destinato al mercato 149,2 milioni di euro, mentre il Milan ha raggiunto quota 166,6 milioni. Proprio i rossoneri, nonostante una spesa leggermente inferiore rispetto a quella juventina, occupano la posizione migliore in classifica tra le tre società considerate. Inevitabile che in un momento come quello attuale, tutti finiscano sul banco degli imputati, società compresa.
Pensavamo di aver visto tutto della Juve, invece la vergogna è illimitata
Pensavamo di aver visto tutto della Juve, invece la vergogna è illimitata
Se prendessimo gli editoriali delle ultime stagioni, non sarebbero molto diversi e per questa Juve si sprecherebbero gli aggettivi, anzi i dispregiativi. Mixati con i sostantivi. vergogna uno su tutti. Cui aggiungere disastrosa, impotente, inguardabile, irriconoscibile. Quest'ultimo regala lo spunto per dire che la Vecchia Signora non c'è più da diverso tempo. Quella targata Spalletti è solo l'ennesima stagione del nulla cosmico, di una cosa in piena contraddizione rispetto alla storia di questo club. Questa parvenza di squadra non può andare da nessuna parte, ormai è dentro il tunnel dell'anonimato. Ad ottobre già fuori dai giochi, ormai lo scudetto resta un lontano ricordo del 2020. Soprattutto la Juve è già a -11 dalla vetta di Inter e Lazio, sei i punti di ritardo dalla zona Champions, solo 8 totalizzati nelle ultime sette giornate. Per partecipare alla Coppa dalle grandi orecchie, ci sarebbe una via diretta: conquistare l'Europa League. Utopistico per una squadra come questa, priva di identità, di anima e senza una leadership, tanto tecnica quanto emotiva.   Un nuovo allenatore non è detto riuscirebbe a cambiare il trend, ma una cosa è certa: Spalletti ormai ha perso il timone della Juve. Il ritiro imposto dalla società fino a domenica ha il sapore dell'ultimatum. Capisco i discorsi della società legati alla questione economica, continuare con Lucio però non ha senso. Lo ha fatto capire lui stesso con le dichiarazioni nell'immediato post Genoa, in realtà da qualche tempo pare in uno stato confusionale. Dovrebbe fare un passo indietro, ma chi rinuncerebbe a 5 milioni netti l'anno, più bonus? John Elkann immagino si stia facendo un esame di coscienza rispetto alle scelte delle ultime stagioni e ai tanti soldi versati nel corso degli anni per ricapitalizzare. Siamo arrivati ad un punto in cui la mediocrità è di casa nella Juve. Detto dell'allenatore, anche la squadra è imputata in questo processo a tinte bianconere. I calciatori sembrano personaggi in cerca d'autore, finiti in un pianeta sconosciuto, come fossero degli abusivi. Senza un minimo di grinta, dignità, amore per la maglia, ma anche per se stessi. L'impressione non ci sia un limite alla vergogna. No, questa roba non ha nulla a che fare con la Juve. Come il ritiro fino alla gara contro il Napoli, imposto da Carnevali.  Un brutto segnale, forse quello definitivo. 
Mastroianni: "In campo manca comunicazione tra i giocatori"
Mastroianni: "In campo manca comunicazione tra i giocatori"
Il telecronista di DAZN Dario Mastroianni ha detto la sua sull'avvio di stagione negativo della Juventus, che contro il Genoa ha rimediato la terza sconfitta nelle prime nove partite di campionato: "Le responsabilità vanno suddivise in modo equo a tutte le parti - spiega - Immagini come quelle che scorrono in questo post partita le abbiamo già viste e commentate all'interno di questa stagione, e questo è indubbiamente un problema. Si capisce la pesantezza del momento dentro la partita, quel secondo tempo di Lecce è andato avanti anche con il Genoa. Se replichi gli errori confermi ancora di più le difficoltà. Oltre ad una sbagliata lettura della partita, in campo manca quel parlarsi tra i giocatori per capire il momento e provare ad uscirne".
Fuori da qualsiasi orbita
Fuori da qualsiasi orbita
Faccio una premessa, non parlerò dell’infamia e della vergogna che tutti noi dalle menti savie abbiamo provato mercoledì a Genova….. la prendo larga perché diversamente il discorso sarebbe bello che chiuso……Da Lecce al Clasico, dal Pallone d’Oro al ( MAlago') commissario di se stesso: viaggio in un pallone che discute di tutto e costruisce sempre meno. La Juventus torno’ da Lecce con una vittoria necessaria: 2-0, McKennie e Douglas Luiz. Tre punti che all’epica dei fatti, avrebbero alleggerito la posizione di Spalletti e consentono ai bianconeri di respirare. Il risultato conta, soprattutto quando vincere è diventato complicato. Purché il sollievo non venga scambiato per una guarigione ( ed infatti il signor De Rossi ce lo rammenta subito subito…). Perché questa Juve continua a dare l’impressione di dover negoziare ogni certezza. Nel secondo tempo arretra, perde precisione, lascia prendere coraggio al Lecce. Il successo in terra pugliese resta; la sensazione di una squadra finalmente padrona di sé, parecchio meno. Diciamo che la Signora aveva ripreso a camminare: per il ballo delle debuttanti aspetterei ancora.  Poi domenica cambi canale e trovi Barcellona-Real Madrid. Finisce 2-1 per il Real, con due gol di Mbappé e il momentaneo pareggio di Raphinha. Ci sono errori anche lì, naturalmente. Ma ci sono velocità di pensiero, qualità nell’esecuzione, giocatori capaci di trasformare una palla ordinaria in un problema straordinario per gli avversari. Il confronto va fatto con criterio: nessuno pretende che Lecce-Juve ( per carità men che meno il naufragio al Ferraris….) abbia gli stessi interpreti del Clasico. Eppure il cambio di canale lascia addosso una domanda scomoda: quanto siamo lontani da quel livello? Da una parte si aspetta che qualcuno inventi qualcosa; dall’altra si comincia già a discutere se il terzino abbia accompagnato troppo l’azione. Noi, prima di liberare il talento, gli chiediamo il certificato di residenza nella posizione assegnata. Leopardi scriveva: «L’immaginazione è la prima fonte della felicità umana». Nel nostro calcio rischia di diventare un’aggravante tattica. Il problema supera la Juventus. Riguarda un movimento che ama definirsi scuola e fatica ad accettare gli esami. La tradizione tattica italiana è un patrimonio autentico; usarla come giustificazione permanente della prudenza significa però consumarne gli interessi senza investire più il capitale. I giovani devono poter sbagliare, i tecnici devono poter costruire, le società devono sapere che cosa vogliono prima di cambiare allenatore. Da noi il progetto dura spesso fino al primo pareggio casalingo. Poi comincia il progetto successivo, illustrato dallo stesso dirigente con la stessa cravatta. Intanto Harry Kane conquista il Pallone d’Oro davanti a Mbappé e Lamine Yamal. Nella prima decina non compaiono italiani né giocatori di club italiani. Una classifica individuale non misura da sola la salute di un campionato, ma questa fotografia merita di essere guardata senza mettere davanti l’album dei ricordi.  Noi continuiamo a raccontarci quando il mondo veniva a giocare qui. Bellissimo. Anche Venezia era una repubblica marinara: questo non basta a farle vincere la Champions. La sensazione è quella di essere usciti dalle galassie in cui si decide il prestigio del calcio, restando molto competitivi nel commentarle. Direte voi che siamo stati esocitati anche dalla galassia della nostra Juve, permangono i poveri resti fumanti di una storia che fu…. Abbiamo opinionisti per ogni modulo, specialisti per ogni polemica e una disponibilità pressoché illimitata di ex grandi. Il problema è produrre i prossimi. E quando il campo non basta a deprimerci, arriva il governo del pallone. Giovanni Malagò, eletto presidente federale a giugno, è stato nominato commissario straordinario della FIGC il 6 ottobre, dopo il caso del mancato tesseramento. Il CONI ha previsto nuove elezioni entro il 31 gennaio 2027. Qui Pirandello potrebbe limitarsi a chiedere i diritti d’autore. Il protagonista cambia qualifica e rimane al centro della scena: presidente nel primo atto, commissario nel secondo. Il pubblico attende di sapere se nel terzo arriveranno le riforme o soltanto una nuova targhetta sulla porta. Le questioni formali contano. Proprio per questo una federazione dovrebbe risolverle prima di trasformarle in spettacolo nazionale. E, nel frattempo, occuparsi di formazione, impianti, sostenibilità e credibilità delle competizioni. Tutte attività meno televisive del regolamento dei voti, ma vagamente più utili a giocare a calcio. La credibilità riguarda anche la vicenda ribattezzata “Arbitropoli”. Qui serve precisione: parlare di un’inchiesta “insabbiata” come fatto accertato significa affermare qualcosa che le fonti disponibili non dimostrano. A luglio la Procura di Milano ha chiesto l’archiviazione del filone per frode sportiva relativo alle designazioni contestate a Rocchi, riferendo di non avere trovato prove di combine; gli atti sono stati trasmessi alla giustizia sportiva per le sue valutazioni. Questo non vieta di chiedere chiarezza. Impone di chiederla bene: quali contestazioni hanno trovato riscontro, quali sono cadute, quali valutazioni sportive restano? La trasparenza protegge tanto chi è stato accusato senza prove quanto chi pretende una competizione affidabile. Il tifoso non dovrebbe aver bisogno di una laurea in procedura per capire la conclusione di una vicenda esplosa sui giornali. E l’informazione dovrebbe avere, nel raccontarne gli esiti, almeno la stessa voce usata per annunciarne lo scandalo. Altrimenti rimangono soltanto due curve: quella che vede colpevoli ovunque e quella che considera ogni domanda un’offesa personale. Nel mezzo, naturalmente, c’è codesto VAR. La grande promessa tecnologica alla quale abbiamo affidato persino il compito di renderci ragionevoli: decisamente troppo, anche per una macchina. Il punto non è pretendere l’infallibilità. È capire quale utilità abbia rivedere un episodio se poi una decisione sbagliata può sopravvivere alle immagini, alle consultazioni e all’attesa. Quando succede, la frustrazione raddoppia: prima si poteva dire che l’arbitro non avesse visto; adesso il pubblico ha visto che poteva vedere. Un errore dopo quattro minuti di controllo possiede una sua particolare solennità. È lo sbaglio col timbro. La responsabilità rimane umana: di chi arbitra, di chi assiste, di chi stabilisce e applica i criteri d’intervento. Il monitor non può diventare né un alibi né un oracolo. Servono decisioni spiegabili, criteri coerenti e la disponibilità ad ammettere un errore senza sottoporlo prima a un trattamento cosmetico. Manzoni osservava che «il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune». Nelle nostre discussioni arbitrali sembra spesso nascosto dietro il protocollo, in attesa che qualcuno lo inviti al monitor. Poi arriva il derby turco e ricorda che il degrado sa parlare molte lingue. Il Galatasaray batte il Fenerbahçe 2-1 con una doppietta di Osimhen, ma il finale viene occupato da una maxirissa tra giocatori e membri degli staff, con l’intervento della sicurezza. Il calcio lascia spazio al Far West.  La rivalità dà valore a una partita; la violenza glielo sottrae. Se i professionisti perdono il controllo, diventa difficile chiedere al pubblico di custodirlo. E definire tutto questo “colore” è un favore fatto a chi confonde la personalità con la prepotenza. Per certe scene il contributo di Sergio Leone sarebbe stato soprattutto musicale. Il quadro, allora, è questo: a Lecce la Juventus ritrova punti senza cancellare i dubbi, che affiorano come incubi nella serataccia di Genova; nel Clasico si misura una qualità che ci obbliga a guardare in alto; Kane riceve il Pallone d’Oro; il calcio italiano continua a interrogarsi su cariche, arbitri e interpretazioni. Tutte questioni legittime. Nessuna sufficiente a riportarci al centro. Per riuscirci bisogna tornare a costruire qualcosa che meriti di essere guardato: giocatori, squadre, competizioni credibili. E accettare che il prestigio di ieri non garantisca quello di domani. Dante chiudeva il suo viaggio tornando «a riveder le stelle». Noi, per adesso, siamo ancora al monitor. E stiamo controllando se fossero in fuorigioco. Come promesso non mi sono soffermato sul disastro di Genova, sul quale non ho davvero più parole, che lo sdegno per la totale disaffezione alla maglia di 15-20 “inquilini della Continassa” che non sono degni nemmeno di essere menzionati. Non cambierà nulla al solito ma mi auguro per domenica una Stadium deserto…che intorno a questi ominicchi ci sia il silenzio …. Il medesimo che pervade le nostre anime sportive….
PodcastTutti in ritiro: Spalletti in bilico, Cambiaso simbolo della Juve sparita
Tutti in ritiro: Spalletti in bilico, Cambiaso simbolo della Juve sparita
Alla fine la società è intervenuta in modo deciso: la Juve in ritiro fino alla sfida contro il Napoli. Questo l'esito del confronto tra Carnevali e la squadra, con l'ok anche di Spalletti. L'ad ha richiamato tutti alle proprie responsabilità. Il match contro gli uomini di Allegri sarà probabilmente decisivo per le sorti del tecnico bianconero: in caso di ulteriore tracollo, non si aspetterà nemmeno la sosta per le nazionali. Non avrebbe senso. Lucio ormai da qualche settimana ha perso la guida della truppa, imprigionato nella sua confusione e scarsa lucidità. Visibile in campo, confermata anche dalle  dichiarazioni sempre meno comprensibili. Una cosa chiara e grave però l'ha detta nel post Genoa: "Inaccettabile la poca voglia di lottare. Non so se io riesca a dare ciò che serve”. La risposta è NO. E lui ne è consapevole. La società ne ha preso atto e probabilmente vuole dare all'allenatore l'ultima possibilità per salvare la panchina con il ritiro, inusuale dalla parti della Continassa. Attenzione, guai a pensare che un altro tecnico, chiunque esso sia, riuscirebbe sicuramente a risollevare una situazione oggettivamente complicata.    Detto dell'allenatore, ci sono troppi giocatori non all'altezza della Juve. Se dovessi rappresentarla con un calciatore come simbolo, nell'ipotetica copertina di una rivista metterei la faccia di Cambiaso. Con l'ormai consueta espressione tra disorientato e impaurito. Un calciatore senza grinta, logica tattica, totalmente disconnesso dal conteso della partita e in generale del mondo bianconero. Questo status permane da un paio di stagioni, almeno da quando sfiorò il passaggio al Manchester City, allora allenato da Guardiola. Ovviamente le stesse considerazioni valgono per tutto il resto della truppa, seppure con percentuali di colpevolezza diverse. Fermo restando le prestazioni imbarazzanti, con conseguenti risultati negativi, Cambiaso e compagni stanno mancando di rispetto verso la maglia, la storia della Juve e verso i milioni di tifosi bianconeri presenti in tutto il mondo.  Questo è inaccettabile.
FIGC, AIC e AIAC ufficialmente con Galliani, la Juventus in bilico
FIGC, AIC e AIAC ufficialmente con Galliani, la Juventus in bilico
Assocalciatori e Assoallenatori hanno ufficializzato il loro sostegno alla candidatura di Adriano Galliani alla presidenza FIGC, in vista delle elezioni del 14 dicembre. Nella nota congiunta, le due associazioni parlano di un’opportunità importante per storia, esperienza e risultati ottenuti dal dirigente. Galliani, ex amministratore delegato di Milan e Monza, si presenta con una visione di riforme che AIC e AIAC sperano sia condivisa da tutte le componenti del sistema. Il peso dei due schieramenti è rilevante. L’AIC di Umberto Calcagno, infatti, vale il 20% dei voti, l’AIAC di Renzo Ulivieri il 10%. Insieme portano in dote il 30% dell’assemblea elettiva. In linea generale, la certificazione della candidatura spacca il fronte. Dall’altra parte, infatti, c’è Giovanni Malagò, che ha raccolto le undici firme necessarie tra i club di Serie A per ufficializzare la propria corsa. Calciatori e allenatori hanno scelto di non seguire la maggioranza della massima serie. Galliani o Malagò in FIGC? Club di Serie A divisi Tra i club, intanto, c’è chi non ha sciolto le riserve. La Juventus resta in una posizione ambigua: già in passato era apparsa immobile prima di accodarsi alla cordata per Malagò, ma ora il suo peso nella partita elettorale è tutto da decifrare. I bianconeri non si sono schierati apertamente né con Inter, Milan e gli altri che supportano Galliani, né con Napoli, Roma e compagnia, che rimangono con Malagò, e il loro orientamento potrebbe rivelarsi decisivo in un equilibrio che si preannuncia sottile. Le candidature vanno presentate entro il 4 novembre, il tempo per trattative e ripensamenti è quindi poco. La Juventus, come altri club ancora incerti, dovrà sciogliere il nodo prima di un voto che si annuncia a questo punto combattuto e non più scontato come sembrava fino a qualche settimana fa.
Juve, il mistero Kalulu: cosa c'è dietro l'involuzione del difensore?
Juve, il mistero Kalulu: cosa c'è dietro l'involuzione del difensore?
Ci sono giocatori che, anche nelle stagioni più complicate, riescono a rappresentare un punto fermo. Alla Juventus, negli ultimi due anni, Pierre Kalulu era diventato uno di questi. Un difensore affidabile, continuo, capace di adattarsi alle esigenze degli allenatori e di garantire un rendimento spesso superiore a quello dei compagni di reparto. Oggi, però, qualcosa sembra essersi inceppato. L'inizio della stagione 2026-27 sta restituendo un giocatore lontano dagli standard ai quali aveva abituato il pubblico bianconero. La sconfitta contro il Genoa ha reso ancora più evidente questa involuzione. Non si tratta soltanto di una partita sbagliata, perché gli errori commessi a Marassi sembrano inserirsi in un quadro più ampio: meno incisività con il pallone tra i piedi, minore sicurezza nelle letture e una fragilità difensiva che, nelle precedenti stagioni in bianconero, non rappresentava una caratteristica del suo gioco. La domanda, allora, è inevitabile: che fine ha fatto il Kalulu che sembrava una delle poche certezze della Juventus? Kalulu, da uomo affidabile a protagonista di un'involuzione inattesa Per capire la portata del cambiamento bisogna tornare alle prime due stagioni in bianconero. Arrivato dal Milan nell'estate del 2024, inizialmente in prestito, Kalulu ha saputo conquistarsi rapidamente spazio e fiducia. Nella stagione 2024-25 ha collezionato 29 presenze in Serie A, diventando una presenza importante per la squadra nonostante i cambiamenti e le difficoltà attraversate dal gruppo. Il rendimento è stato confermato anche nell'annata successiva. Nel campionato 2025-26 il francese ha giocato tutte le 37 partite di Serie A da titolare, mettendo a referto due gol e quattro assist. Non erano soltanto i numeri a renderlo prezioso: Kalulu garantiva continuità, disponibilità, capacità di coprire più zone della difesa e un contributo importante anche nella costruzione del gioco. La sua affidabilità aveva resistito a contesti tecnici differenti e a tre allenatori come Thiago Motta, Igor Tudor e Luciano Spalletti. Al netto delle difficoltà collettive della Juventus, il difensore francese era riuscito a mantenere un livello generalmente alto, diventando uno dei giocatori sui quali era più facile fare affidamento. Non sempre il migliore in assoluto, ma spesso tra i più convincenti. Proprio per questo il calo attuale sorprende. Quando un giocatore abituato a garantire determinate prestazioni attraversa un periodo negativo, la prima spiegazione può essere una semplice flessione di forma. Quando, invece, gli errori si ripetono e coinvolgono aspetti diversi del suo gioco, diventa necessario interrogarsi su qualcosa di più profondo. Il nuovo Kalulu: meno brillante in possesso e più vulnerabile in difesa Uno degli aspetti che avevano contraddistinto Kalulu nelle prime due stagioni alla Juventus era la capacità di accompagnare l'azione, sostenere la manovra e offrire soluzioni sulla corsia destra. La sua velocità gli permetteva di coprire le distanze, mentre la qualità tecnica gli consentiva di partecipare alla costruzione senza limitarsi al compitino. Era un difensore moderno, utile sia quando la squadra doveva difendersi sia quando cercava di risalire il campo. In questo avvio di stagione, invece, quel contributo appare meno evidente. Kalulu sembra avere perso parte della brillantezza e della sicurezza che gli permettevano di giocare con naturalezza. Le iniziative sono meno incisive, le scelte meno pulite e la sensazione è quella di un giocatore che non riesce più a fare la differenza con la stessa continuità. Il problema più preoccupante, tuttavia, riguarda la fase difensiva. Contro il Genoa sono emerse disattenzioni e incertezze difficili da associare al giocatore visto negli ultimi due campionati. Nell'azione che porta al raddoppio rossoblù, Kalulu non riesce a gestire una situazione che richiedeva maggiore lucidità, finendo per perdere il pallone e contribuendo a spalancare la strada alla conclusione avversaria. Nel finale del primo tempo, inoltre, spreca una buona occasione per riaprire la partita. Non è corretto attribuire al singolo tutte le responsabilità di una sconfitta maturata all'interno di una prestazione collettiva insufficiente. La Juventus di Marassi ha mostrato problemi in ogni reparto. Ma proprio perché Kalulu era stato uno dei giocatori più continui della squadra, la sua serata negativa assume un significato particolare: non sta venendo meno soltanto un rendimento individuale, ma anche una delle certezze sulle quali la Juventus aveva costruito il proprio equilibrio. La mancata convocazione al Mondiale può aver lasciato il segno? C'è poi un elemento che merita una riflessione, pur senza trasformarlo in una certezza: la mancata convocazione per il Mondiale 2026. Per un calciatore che aveva disputato due stagioni di alto livello con la Juventus, l'esclusione dalla competizione più importante per una nazionale può rappresentare una delusione significativa. Kalulu aveva dimostrato di poter essere un elemento affidabile in un club di primo piano, ma non è riuscito a trovare spazio nella selezione francese per la rassegna iridata. È possibile che quella mancata chiamata abbia avuto un peso sul piano mentale? È una domanda legittima, soprattutto considerando il contrasto tra il giocatore visto nella parte finale della scorsa stagione e quello che sta affrontando questo nuovo campionato. Tuttavia, non ci sono elementi sufficienti per affermare che la delusione internazionale sia la causa del calo. Il rendimento di un calciatore dipende da molte variabili: condizione fisica, fiducia, contesto tattico, serenità personale e dinamiche della squadra. C'è anche un dettaglio che rende il quadro più interessante. Con l'arrivo di Zinédine Zidane sulla panchina della Francia, Kalulu è tornato a essere preso in considerazione dalla nazionale nel nuovo ciclo. La porta della selezione, dunque, non sembra chiusa. E questo dimostra quanto sia importante non confondere la mancata partecipazione al Mondiale con una bocciatura definitiva del suo valore. Resta però una coincidenza temporale che invita a riflettere. Dopo due stagioni in cui aveva consolidato la propria posizione alla Juventus, il francese sembra aver perso parte delle sicurezze che lo avevano accompagnato. Non sappiamo se esista un legame diretto con la delusione mondiale, ma è legittimo chiedersi se qualcosa sia cambiato nella sua testa, nella sua condizione o nel modo in cui sta vivendo questa nuova stagione. Non basta parlare di un momento negativo Il rischio, davanti a prestazioni come quella contro il Genoa, è limitarsi a definire Kalulu un giocatore in crisi e aspettare che torni tutto alla normalità. Sarebbe una lettura troppo semplicistica. Il francese ha dimostrato nelle ultime due stagioni di possedere qualità e affidabilità, ma proprio per questo deve ritrovare rapidamente il proprio livello. La Juventus ha bisogno del difensore capace di leggere in anticipo le situazioni, vincere i duelli, accompagnare l'azione e garantire sicurezza ai compagni. Non di un giocatore che si limita a svolgere il compito senza incidere, né tantomeno di un elemento che commette errori banali in situazioni gestibili. Il problema non è pretendere che Kalulu sia sempre perfetto: è capire perché, oggi, sembri così distante dal rendimento che aveva reso quasi scontata la sua presenza tra i migliori della squadra. Naturalmente, la crisi non riguarda soltanto lui. La sconfitta di Genova ha evidenziato una Juventus fragile, poco intensa e incapace di reagire con convinzione alle difficoltà. In un contesto simile, anche i singoli rischiano di perdere riferimenti e sicurezza. Ma il rendimento collettivo non può diventare una giustificazione automatica per ogni errore individuale. Kalulu deve ritrovare la capacità di leggere le situazioni e di assumersi le proprie responsabilità, proprio come il resto della squadra. La Juventus aspetta il ritorno del vero Kalulu La stagione è ancora lunga e sarebbe prematuro emettere sentenze definitive. Due annate positive non possono essere cancellate da poche settimane difficili, così come una storia recente di affidabilità non garantisce che il rendimento torni automaticamente quello di prima. La vera questione è capire se questa flessione sia soltanto una parentesi oppure il segnale di un problema che richiede un intervento più profondo. Il prossimo passo dovrà arrivare dal campo. Serviranno maggiore attenzione, più convinzione nei contrasti, lucidità nelle scelte e quella personalità che aveva permesso al francese di diventare uno dei punti di riferimento della Juventus. Non è necessario che torni subito a essere il migliore della squadra: è necessario che torni a essere riconoscibile. Il Kalulu delle prime due stagioni in bianconero non è scomparso per sempre, ma oggi sembra lontano. La mancata convocazione al Mondiale può essere una chiave di lettura, non una spiegazione dimostrata. La certezza, invece, è che la Juventus non può permettersi di perdere anche una delle sue precedenti garanzie. Perché se il calo del francese dovesse diventare strutturale, il problema non sarebbe più soltanto una serie di prestazioni negative: sarebbe un'altra certezza smarrita in una squadra che, in questo momento, di certezze ne ha disperatamente bisogno.
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